Ladinità delle Valli del Noce- Die Ladiner in Nonsberg und Sulzberg

 

Cristian Kollmann

 

Noneso/solandro e ladino: comunanze e differenze

 

1. Introduzione

 

Il noneso e il solandro fanno parte delle parlate cosiddette “romanze” o “neolatine”. La lingua materna di tutte queste parlate è il latino. Già prima della caduta dell’Impero romano nell’anno 476 la lingua latina aveva cominciato a frammentarsi. Sono emersi singoli dialetti che si distinguevano sempre più gli uni dagli altri. Fino al tardo medioevo alcuni di  questi dialetti sono diventati lingue nazionali oggigiorno molto importanti: l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese, e anche il romeno in Romania. Altri dialetti sono stati elaborati scientificamente e codificati – cioè sono diventati lingue solo più tardi. I gruppi che parlavano queste lingue più recenti non hanno avuto l’opportunità di formare una propria lingua a livello nazionale, ma solo regionale o locale. Così oggi troviamo, ad esempio,  nella Catalogna  spagnola il  catalano,  in  Galizia il  galego  e  nei  Grigioni,  nelle valli dolomitiche  e  nel  Friuli  il  cosiddetto  retoromanzo  o  ladino.  In  alcuni  casi  l’evoluzione  e  la codificazione dei dialetti non è ancora conclusa, ciò vuol  dire che tutti questi procedimenti sono tuttora in corso. Questo, per esempio, è il caso del ladino. Fino a pochi decenni fa, il ladino era usato quasi esclusivamente come lingua parlata in quanto non disponeva di una regolamentazione unificata. Oggi il ladino si trova in uno stato di standardizzazione. Per quanto riguarda il noneso, esso dispone di una letteratura dialettale. Non sono però mai stati fatti tentativi di standardizzazione quali  l’elaborazione  di una grammatica (per esempio ortografia, lessico) per una lingua nonesa, sebbene questa abbia caratteristiche molto simili al ladino.

 

2. Il ladino dal punto di vista linguistico

 

Secondo  le  tradizioni  linguistiche,  il  ladino  attualmente  si  suddivide  in  tre  gruppi  dialettali geograficamente  separati:  Grigioni,  valli  dolomitiche  (val  Gardena,  Val  Badia,  Val  di  Fassa, Livinallongo, Ampezzo) e Friuli1.  Una volta però, ovvero prima dell’invasione dei Bavaresi a partire dal VI secolo, anche gran parte dell’odierno Tirolo era abitato da una compatta popolazione neolatina; quindi, fino alla completa germanizzazione della zona fra i Grigioni,la Valdi Non ela Val  Gardena,  non  esisteva  nessuna  barriera  linguistica.  L’Alta  Val  Venosta  per  esempio  fu germanizzata totalmente solo nel secolo XVII. Fra i dialetti di Livinallongo, Ampezzo e del Friuli, invece,  si incuneò – e si sta tuttora incuneando – l’attuale parlata veneta che ha già dimostrato alcuni influssi sul livinallese e sull’ampezzano2. Linguisticamente tutti questi vernacoli vengono considerati  ladini  perché  hanno  in  comune  determinati  fenomeni,  specialmente  nell’ambito fonologico, ma  anche nell’ambito morfologico, lessicale e sintattico. Il noneso però, sempre dal punto di vista linguistico,  tradizionalmente viene considerato semiladino oppure ladino parziale perché vi appaiono solo certe caratteristiche ladine.

1.Ecco i primi studiosi che si occuparono della cosiddetta ladinità e quindi anche del noneso: Ascoli, Graziadei Isaia: Saggi ladini. In: Archivio Glottologico Italiano I (1873); Battisti, Carlo: Die Nonsberger Mundart. Vienna 1908; Battisti Carlo: Zur Sulzberger Mundart. Vienna 1911; von Ettmayer, Karl: Lombardisch-Ladinisches aus Südtirol. In: Romanische Forschungen 13 (1902); Gartner, Theodor: Rätoromanische Grammatik. Heilbronn 1883; Schneller, Christian: Die romanischen Volksmundarten in Südtirol. Volumen I. Gera 1870. Tra gli studiosi più recenti è da menzionare  Quaresima,  Enrico:  Vocabolario  anaunico  e  solandro.  Firenze  1964,  Politzer,  Robert:  Beitrag  zur Phonologie der Nonsberger Mundart. Innsbruck 1967, e infine Mastrelli Anzilotti, Giulia: I nomi locali della Val di Non. 3 volumi. Firenze 1974 e I dialetti delle valli del Noce. In: Atti del convegno di studi sulla figura e l’opera di Enrico Quaresima. Cles – Tuenno 1991. Pg. 15–25.

2  Un fenomeno che nell’ambito ladino ormai si trova nel livinallese e nell’ampezzano sono le desinenze vocaliche in o dovute all’influsso veneto.

 

3. Quali sono i principali fenomeni di tipo ladino nel noneso?

 

3.1. Fonologia

 

1. La palatalizzazione delle velari c e g davanti ad a. Le consonanti velari del tardo latino c e g davanti ad a sono passate a ķ e ģ, oppure anche a e nel noneso:

•    latino cantāre ‘cantare’ > noneso ķantar, tšantar, gardenese tšanté, fassano tšantèr;

•    latino gallu > noneso ģal, džal, gardenese, fassano džal.

 

2. La vocalizzazione di l davanti a consonante dentale5. Davanti a consonante la l del latino è diventata u:

•    latino caldu ‘caldo’ > noneso ķaut, tšaut, gardenese, fassano tšaut;

•    latino altu ‘alto’ > noneso aut, gardenese, fassano aut;

•    latino dulce ‘dolce’ > noneso doutš, dous, gardenese dëutš, fassano doutš;

•    latino falsu ‘falso’ > noneso fauś, gardenese, fassano faus.

 

3. La conservazione di l nei gruppi consonantici bl, cl, fl, gl, pl6. Mentre nell’italiano i gruppi consonantici bl, cl, fl, gl, pl sono stati palatalizzati, nel ladino sono stati conservati:

•    latino blancu ‘bianco’ > noneso blañķ, blantš, gardenese blaŋk, fassano biaŋk;

•    latino clamāre ‘chiamare’ > noneso klamar, gardenese tlamé, fassano kjamèr;

•    latino flōre ‘fiore’ > noneso flor, gardenese flëur, fassano fior;

•    latino  glaciāre  ‘ghiacciare’  >  noneso  [en]glatšar,  [en]glasar,  gardenese  dlacé,  fassano

džatšèr7;

•    latino plēnu ‘pieno’ > noneso plen, gardenese plën, fassano pien8.

 

4. La semplificazione di qu-. Qui, per contro, l’italiano ha conservato qu-, mentre il ladino lo ha semplificato9:

•    latino quantu ‘quanto’ > noneso kant, gardenese, fassano kant;

•    latino quatru ‘quattro’ > noneso kater, gardenese, fassano kater.

 

3.2. Morfologia

 

Desinenza in -s, (come nel latino) della seconda persona singolare:

•    latino cantas > noneso ķanteś, tšanteś, gardenese, fassano tšantes10.

3  Lo stesso fenomeno lo si trova anche nel francese: chanter ‘cantare’, jambe ‘gamba’.

4  ķ e ģ sono palatali occlusive caratteristiche ancora in qualche località dell’Alta Val di Non, come per esempio a Cloz, Brez e Castelfondo. Recentemente questi suoni stanno per essere sostituiti da e . Negli ultimi decenni la stessa

evoluzione è stata osservata anche nelle valli dolomitiche.

5  Cfr. il francese che inoltre velarizza anche davanti a labiali: chaud ‘caldo’, haut ‘alto’, doux ‘dolce’, faux ‘falso’, aube

‘alba’, coup ‘colpo’.

6   Questi gruppi sono anche conservati nel francese: blanc ‘bianco’, clé ‘chiave’, fleur ‘fiore’, glace ‘ghiaccio’, plein

‘pieno’. Nello spagnolo invece sono mutati in ll [lj]: llave ‘chiave’, lleno ‘pieno’; e nel portoghese in ch [š]: chave

‘chiave’, cheio ‘pieno’.

7  Qui si vede che il fassano dimostra già l’influsso del veneto-trentino: per gl.

8  Negli ultimi decenni però il fassano ha palatalizzato questi gruppi secondo il modello veneto-trentino.

9  Analoga semplificazione vale anche per latino gu- in parole prese dal germanico. Si noti però che gu- può anche essere semplificato in altro modo, cioè può anche mutare in v-: latino guerra ‘guerra’ > noneso gèra, gardenese viëra, fassano vèra; latino guardare ‘guardare’ > noneso vardar, fassano vardèr, gardenese vardè.

10    La  desinenza  sigmatica  della  seconda  persona  singolare  è  un  fenomeno  che  distingue  la  cosiddetta  Romania

occidentale dalla Romania orientale. Per cui, tranne che nel ladino, la desinenza in -s la troviamo anche nel francese, nello spagnolo e nel portoghese.

2

 

3.3. Lessico

 

Un certo numero di parole, sconosciute al trentino, al veneto e al lombardo, appaiono invece nel noneso e hanno le loro forme corrispondenti nel gardenese, badiotto, fassano, grigionese o friulano. Tali voci sarebbero per esempio11:

•    aķàl (Revò, Malosco) – gardenese aghèl e badiotto agà ‘canaletto d’irrigazione’

•    biètša (alto noneso, Peio) o bétša (alto solandro) – gardenese bìeša ‘pecora’

•    tšalaveźa (Termón, Fai), ķalaveźa (Malosco, Tregiovo) – gardenese džalvëiza ‘mirtillo nero’

•    koda (Bresimo) – gardenese chëut ‘cote’

•    kondón (alto noneso, Rabbi) – gardenese cumedón ‘articolazione, gomito’

•    dauźín (avverbio e aggettivo) (Val di Non) – gardenese daužín (avverbio) ‘vicino’

•    degöi (alto solandro), diguèr (alto noneso) – gardenese diguèi ‘secondo fieno’

•    donfèrta (alto noneso) – gardenese dunfiërta ‘offerta (in chiesa)’

•    fantšèla (alto noneso) – gardenese fantšéla ‘serva’

•    fiģà-fóśķ (Castelfondo, Tret) – gardenese fuià fosch ‘fegato’

•    mòutra (alto noneso) – gardenese mëutra ‘tinozza, trogolo’

•    nuèda (alto noneso), nöda (Vermiglio) – gardenese nòda ‘marchio sulla pelle d’un animale (per distinguerlo dagli altri animali della mandra)’

•    parśói e preśói (alto noneso) – gardenese persói (a Vittorio Veneto parsór) ‘stanga per far pressione sul fieno caricato e tenerlo fermo sul carro’

•    śupa rośtida (Fondo) – gardenese žópa areštida ‘brodo fritto’

•    tarluģar (alto noneso) – gardenese tarluië ‘lampeggiare’

 

Altre voci che il noneso e il ladino dolomitico hanno in comune sono state prese da lingue di adiacenti popolazioni germaniche dal momento in cui è esistito per alcuni secoli un contatto assai vicino tra il mondo romanzo e il mondo germanico12:

•    àkerle – fassano ákerle ‘uncinetto’ < bavarese Hakele

•    bàgerle, bògerle (alto noneso) – fassano bàgerle ‘carrozzino, timonella’ < bavarese Wagele

•    fìnferlo – fassano feferlíns ‘gallinaccio’ < bavarese e tedesco Pfifferling

•    fieterar – fassano fieterar ‘dar da mangiare’ < bavarese fiëtern

•    ģarbàr, džarbàr – fassano gárber ‘conciapelli’ < bavarese Garber

•    paiśa – fassano paisa ‘esca’ < bavarese antico Paiß

•    polisainer – fassano politsainer ‘poliziotto (austriaco)’ < bavarese Polizainer

•    rùkśak – fassano rusók ‘sacco da schiena’ < bavarese Ruksåkch

•    źlóser (alto noneso), źlúśer (Cles) – fassano ślóser ‘fabbro’ < bavarese e tedesco Schlosser

•    śmòrn – fassano šmòrn ‘frittata pesta’ < bavarese Schmårrn

•    źnaider – fassano šnaider ‘sarto’ < bavarese Schnaider (tedesco Schneider)

•    śtós – fassano štots ‘bigonciolo, secchio di legno’ < bavarese Schtotz

•    tiźler – fassano tišler ‘falegname’ < bavarese e tedesco Tischler

•    triŋkenar – fassano trinchenér ‘sbevazzare, trincare’ < bavarese trinkchn (tedesco trinken)

•    seruc! – fassano tserúk! ‘indietro’ < bavarese tserukk!

•    zítera – fassano tsitra ‘cetra’ < bavarese e tedesceo Zitter

 

11  Vedi Quaresima, Enrico: Vocabolario anaunico e solandro. Firenze 1964. Pg. XIII.

12   Vedi, per esempio, Zanotti, Ilaria: Germanesimi nel lessico ladino fassano. In: Mondo Ladino 14 (1990), n. 1-2; Kollmann,  Cristian:  Germanismen  im  Appellativwortschatz  des  Noceromanischen  (Nonsberg,  Sulzberg).  1.  Teil:

Gotisch, Fränkisch, Langobardisch. Diplomarbeit. Innsbruck 1997,  manoscritto; Kollmann, Cristian: Germanismen im

Appellativwortschatz des Noceromanischen (Nonsberg, Sulzberg). 2. Teil: Althochdeutsch, Mittelhochdeutsch, Neuhochdeutsch mit Bairisch-Österreichisch und Tirolisch. Diplomarbeit. Innsbruck 1999, manoscritto.

3

 

4. Quali fenomeni di tipo ladino non appaiono nel noneso?

 

4.1. Fonologia

 

1. Il noneso non muta mai la a lunga accentata in e come fanno i dialetti ladini:

•    latino carta > noneso ķarta, tšarta, gardenese, fassano kèrta ‘carta’;

•    latino sāle > noneso śal, gardenese, fassano sèl ‘sale’13.

 

2. Il noneso sostituisce totalmente la s pura con la s palatale veneto-trentina:

•    latino sāle > noneso śal, gardenese, fassano sèl ‘sale’.

 

3. Il noneso non dittonga mai le vocali e ed o lunghe del latino:

•    latino tēla > noneso téla, gardenese tëila, fassano teila ‘tela’;

•    latino sōlu > noneso śol, gardenese sëul, fassano soul ‘solo’.

 

4. Il noneso conserva regolarmente la -r degli infiniti che le varietà ladine di Gardena e di Badia lasciano invece cadere regolarmente:

•    latino mandāre > noneso mandar, gardenese mandè, fassano mandèr ‘mandare’;

•    latino potēre > noneso poder, gardenese podëi, fassano podér ‘potere’;

•    latino rumpere > noneso rómper, gardenese rumpì, fassano rumpir;

•    latino sentīre > noneso śentir, gardenese sentì, fassano sentir14.

 

4.2. Morfologia/sintassi

 

1. Il noneso ignora i plurali nominali in -s, tanto caratteristici nel ladino:

•    latino campī (nominativo), campōs (accusativo) > noneso ķampi, tšampi, gardenese, fassano

tšamps ‘campi’;

•    latino casae (nominativo), casās (accusativo) > noneso ķaźe, tšaźe, gardenese, fassano tšèzes

2. Il noneso non pone il se dei verbi riflessivi davanti alla forma dell’infinito, ma lo aggiunge ad essa come fa la lingua italiana:

•    noneso lamentarśe ‘lamentarsi’, gardenese se lamentè, fassano se lamentèr;

•    noneso farśe mal ‘farsi male’, gardenese se fè mèl, fassano se fèr mèl16.

 

5. Fenomeni di tipo esclusivamente noneso (cioè né ladino, né trentino)

 

1. Il noneso per contro palatalizza le velari finali:

•    latino blancu ‘bianco’ > noneso blañķ, blantš, gardenese blanch, fassano bianch;

•    latino friscu ‘fresco’ > noneso fréśķ, fréśtš, gardenese frësch, fassano frésch;

 

13Anche nei dialetti retoromanzi dei Grigioni si è conservata l’a tonica; invece è mutata in e anche in qualche vernacolo piemontese e nel francese.

14  Vedi, per esempio, che oltre al francese, anche il lombardo lascia cadere la r dell’infinito. Inoltre si nota subito che nel gardenese la r si è mantenuta nei verbi la cui desinenza è accentata mentre nel fassano la r si è mantenuta dappertutto.

15    Il plurale nominale in -s, che deriva dall’accusativo latino la cui desinenza è stata generalizzata, è inoltre  un importante criterio che suddividela Romania in Romania occidentale e in Romania orientale. Quindi, oltre al ladino(compreso quello dei Grigioni e del Friuli), anche il francese, lo spagnolo e il portoghese dispongono del plurale sigmatico.

16  Lo stesso ordine di parole vale anche per il francese: se lamenter ‘lamentarsi’, se faire mal ‘farsi male’.


  latino longu ‘lungo’ > noneso lòñķ, lòntš, gardenese lónch, fassano lènch17.

2. Il noneso velarizza le labiali finali:

•    latino clave ‘chiave’ > noneso klau, gardenese tlè, fassano chief;

•    latino lupu ‘lupo’ > noneso lóu, gardenese lëuf, fassano louf18.

 

3. Anticamente troviamo l’inversione della preposizione de ‘di’ a et (en) e del pronome personale

me ‘me’, ‘mi’ a em e te ‘te’, ‘ti’ a et19:

•    noneso en tòķ et pan, en tòķ en pan = en tòķ de pan ‘un tocco di pane’;

•    noneso no’l et cret = no’l te cret ‘non (egli) ti crede’;

•    noneso el em diś = el me diś ‘(egli) mi dice’.

 

6. Il mutamento di e e o brevi del latino in sillaba libera

 

Nell’ambito della Valle di Non ricorrono numerose risultanti delle vocali latine e e o brevi in sillaba libera20.

latino mele ‘miele’

•    mièl: da Fondo-Tret a Vervò-Tres sulla sinistra della Novella e a Revò-Tregiovo-Romallo sulla destra; a Peio;

•    miél: a Castelfondo e Brez con le rispettive frazioni;

•    mìel: a Cloz;

•    mél: su tutto il rimanente territorio delle due valli del Noce.

latino fora ‘fuori’

•    fuèr  e  fuèra:  da  Fondo-Tret  a  Vervò-Tres,  eccettuati  Dambel  e  Cavareno,  e  a  Revò- Tregiovo-Romallo;

•    fuér: a Castelfondo e frazioni, Brez e frazioni, Dambel e Cavareno;

•    fúer: a Cloz;

•    fuòr: a Coredo, Smarano e Sfruz;

•    fòr: a Dermulo, Taio, Segno, Mollaro; Cles (moderno);

•    fór: a Fucine, Cagnò; a Tuenno (moderno);

•    för (ö largo)21: a Rabbi, Malé, in vari paesi dell’Alta e della Bassa Val di Sole; a Cles

(antiquato).

•    för (ö stretto): in gran parte della Val di Sole, a Bresimo, Rumo, Tassullo (e „Ville“), Nanno con Portolo; a Tuenno (antiquato); dalla traversale Terres-Dardine in giù fino a Vigo (con I Masi) e ad Andalo-Molveno.

17    Il suono ç rappresenta una sola fricativa palatale (ovvero senza l’elemento occlusivo ķ). Secondo il  Quaresima (Vocabolario anaunico e solandro, Firenze 1964, pg. XXVI) e il Politzer (Beitrag zur Phonologie der  Nonsberger Mundart, Innsbruck 1967, pg. 14) questa fricativa esiste soltanto in fine di parola in qualche varietà alto-nonesa, mentre ķ e ģ appaiono solo all’inizio e all’interno. Perciò nel caso di ç si tratta di una variante del fonema ķ e anche ģ dal momento che ģ in fine di parole perde la sua sonorità.

18   Il medesimo fenomeno può essere trovato anche nel catalano: clau ‘chiave’, taula ‘tavola’, positiu ‘positivo’ e in qualche vernacolo grigionese.

19   Anche questa caratteristica non vale esclusivamente per il noneso, ma anche per il catalano: em ‘me’, ‘mi’, et ‘te’,

‘ti’.

20  Cfr. Quaresima, Enrico: Vocabolario anaunico e solandro, Firenze 1964, pg. X;

21  Le vocali labializzate ö e ü sono anche caratteristiche dei dialetti lombardi.

5

 

7. Comunanze tra il noneso e il veneto-trentino

 

7.1. Fonologia

 

1. Pronuncia palatale (oppure semipalatale) della consonante s:

•    sorda: śera ‘sera’, śtala ‘stalla’, ķaśón, tšaśón ‘cassone’;

•    sonora: źlita ‘slitta’, ķaźa, tšaźa ‘casa’.

 

2. Pronuncia della consonante z senza l’elemento occlusivo, ovvero come se fosse una s toscana

(sorda e sonora):

•    sorda: sapa ‘zappa’, suķer, sutšer ‘zucchero’, rasa ‘razza’, pès ‘pezzo’, séna22  (tšéna23)

‘cena’;

•    sonora: zòna ‘zona’, mèza ‘mezza’, zènt24 (džènt) ‘gente’.

 

7.2. Morfologia/sintassi25

 

1. Mancanza di una forma organica per la terza persona del plurale e sua sostituzione con quella della terza singolare accompagnata dal pronome i (femminile le). Da questo emerge la necessità del pronome (el, la) anche per la terza persona del singolare:

•    el parla ‘(egli) parla’, la parla ‘(lei) parla’;

•    i parla ‘(essi) parlano’, le parla ‘(esse) parlano’.

 

2. Uso di forme speciali per l’interrogativo e in particolare l’aggiunta di un te analogico alla forma della prima persona del singolare e plurale e l’aggiunta del pronome voi, accorciato a -u o -f alla forma della seconda plurale:

•    Ke śai-te mi pò! ‘Che ne so io!’;

•    Nan-te? ‘Andiamo?’;

•    Ke voléu ‘Che volete?’.

 

8. Conclusione

 

Dal punto di vista linguistico il noneso e quindi il solandro sono un dialetto di tipo romanzo alpino e ladino; oltre a presentare elementi  veneto-trentini e lombardi, ha anche caratteristiche esclusive. L’insieme di tutti questi fenomeni  paragonabili a diversi altri vernacoli confinanti contribuisce all’identità delle vallate del Noce. Ci dimostra  nuovamente quanto sia difficile tracciare un limite preciso tra le singole aree dialettali. Nonostante questa difficoltà, avrebbe il diritto, come ogni altro idioma, di essere salvaguardato, perché rappresenta qualcosa di strettamente individuale. Ormai la maggior parte degli abitanti delle Valli del Noce vede il dialetto come qualcosa che riguarda il passato, le persone anziane e sedentarie. Rinnegare il dialetto significa rinnegare la propria storia, cultura e identità. Poiché quindi ogni parlante è responsabile della propria cultura, va innanzitutto chiarito se sia disposto a salvarla, meglio ancora ad espanderla, o se invece tenda a relegarla al passato.

 22  Enrico Quaresima, Vocabolario anaunico e solandro, Firenze 1964, pg. VIIV–X, suddivide le due Valli del Noce in quattro zone. La dentalizzazione di tš > ts > s come nel trentino appare nella parte orientale della seconda zona (Alta Val di Non).

23    I suoni palatali tš e dž uguali all’italiano appaiono nella prima zona (Media e Bassa Val di Non), nei paesi  più settentrionali della seconda zona (Alta Val di Non), nella terza zona (Bassa Val di Sole) e nella quarta zona (Alta Val di Sole).

24  Ugualmente alla dentalizzazione di tš > ts > s la dentalizzazione della corrispondente sonora dž > dz > z vale per la

medesima zona.

25  Cfr. Enrico Quaresima, Vocabolario anaunico e solandro, Firenze 1964, pg. IX–X.