Profughi dell’impero; quando le parole alterano il senso della storia

Storia del Territorio - Geschichte der Region

 

Area del nostro territorio classificata come “Devastata” alla fine della prima guerra mondiale

Consuetudine vuole che nel richiamare episodi tragici della nostra storia passata, si ricorra spesso all’uso di termini inappropriati. Parole che, proferite talvolta per distrazione, se non volutamente travisate, si notano pure in una locandina comparsa recentemente nell’ambito della nostra provincia. Vi figura il programma di un viaggio organizzato dall’ agenzia provinciale per le politiche giovanili,   in collaborazione con il museo storico del Trentino, che nei primi giorni di maggio ripercorrerà il tragitto compiuto nella prima guerra mondiale dai profughi “trentini” evacuati dalla propria terra, verso luoghi sconosciuti all’interno  dell’impero.  Fuorvianti, nel trattare la dolorosa vicenda che li aveva coinvolti in seguito dell’apertura delle ostilità da parte del Regno d’Italia il 24 maggio 1915, sono – per l’accezione che ad essi viene comunemente attribuita – le espressioni “lager” e “deportazione” riportate sul piccolo manifesto. Non per espiare una pena,  come lascia intendere la parola deportazione, oltre 70.000 abitanti delle  nostre contrade furono allontanati in gran fretta dai confini meridionali dell’impero, bensì per non lasciarli in mano nemica. Il trattamento riservato ai profughi “trentini”, pur soggetti a gravi carenze nutrizionali dovute alla guerra – a cui peraltro soggiacevano anche le popolazioni locali – e alle severe regole vigenti all’interno degli spazi loro assegnati, garantiva, in linea di massima,  l’unità dei singoli nuclei famigliari.  Soprattutto dopo la riapertura del parlamento di Vienna, nel maggio del ‘17, fu assicurata loro maggiore assistenza nei vari ambiti della vita quotidiana, unitamente alla concessione di sovvenzioni, nel  caso se ne fosse ravvisata la necessità.  Fu inoltre accordata  ai profughi stessi libertà di  scelta circa la loro permanenza nelle costruzioni appositamente erette all’interno dei campi o, in alternativa, presso abitazioni della popolazione locale. Ma fin dal loro arrivo  nelle contrade del vasto territorio dell’impero, da Pottendorf a Mitterndorf, da Braunau alla regione di Salisburgo, fino alla Moravia e alla Boemia, i tirolesi di lingua italiana potevano contare,  grazie anche all’ interessamento dei deputati “trentini” – tra i quali Alcide De Gasperi –  che sedevano al parlamento di Vienna, sull’assistenza spirituale di sacerdoti, spesso provenienti dalle loro stesse valli e sull’ insegnamento  in lingua italiana per i loro figli in età scolare.  A guerra finita, tornati alle loro case, o a quello che di esse era rimasto, saranno guardati con sospetto dalle autorità regnicole che nel frattempo avevano preso possesso delle “terre redente”, la cui valuta (la corona austriaca), su decretazione delle forze occupanti, era stata ridotta al 40% del suo valore. Non migliore , al suo rientro dai campi profughi del regno,  la sorte riservata alla popolazione civile del Welschtirol, affatto felice di aver cambiato patria.

2 risposte a “Profughi dell’impero; quando le parole alterano il senso della storia”

  1. Stefano scrive:

    Interessantissima l’iniziativa dell’Agenzia Provinciale, di più ancora la terminologia usata che, dopo cento anni dalla fine della Guerra, appare tuttora orientata a scopi rieducativi nei confronti di quei Trentini-Welschtiroler che, poveretti, ancor oggi faticano a sentirsi italiani. Ovviamente nessun viaggio è in programma nelle “strutture di accoglienza” dell’Asinara e di Isernia, progettate per far conoscere le italiche meraviglie a coloro che si erano macchiati di collaborazionismo con il nemico austro-ungarico.

  2. TiroloUnità scrive:

    Come disse Churchill “Più puoi guardare indietro, più puoi guardare avanti “ (“The longer you can look back, the further you can look forward.”). Se però viene precluso il volgere lo sguardo addietro, da arroganti e irriguardose falsità, austeramente perpetrate da coloro che dovrebbero essere fondamento di verità, allora bisogna gridare con forza allo sterco storico sputato dalle bocche degli infami proditori.
    L’obiettivo di costoro è quello di raccontare un volgere storico completamente mistificato, bestemmiando parole contro gli stessi che quegli eventi passati li hanno vissuti; brevemente, narrare fatti storici in modo tale che non vi sia più distinzione tra verità e falsità, tra realtà e impostura.
    Un vilipendio identitario perpetrato dalla solita e consolidata congregazione “irredentista istituzionale” che vive per la distruzione dell’identità Tirolese. La loro arroganza cresce di intensità – parimenti alla loro preoccupazione – al crescere della rinascita interiore dell’identità di un popolo, dalle conseguenze traumatiche provocate dallo stupro culturale e storico subito.
    Il museo storico del trentino – con la sua fondazione – è l’epicentro di quel del disordine storico necessario, a costoro, per garantire la vita di una MAI esistita italianità passata della nostra terra. E’ il principale covo di “storici” dichiaratamente “irredentisti”, i cui padri armati di fucili corsero verso la nostra PATRIA gridando “LIBERIAMO LE NUOVE TERRE D’ITALIA”. Sanno di raccontare la storia con gli occhi della menzogna, l’unico modo per garantirsi la sopravvivenza.
    Non capiscono e non capiranno mai che l’identità del popolo Tirolese non potrà mai essere schiacciata dal nazionalismo italiano; né il fascismo né la politica del secondo dopoguerra (sino ad arrivare ai nostri giorni) riusciranno a piegare e infangare di fandonie la forza di popolo che si nutre della propria “Terra Tirolese”.
    Sempre per un Tirolo (Tirales/-is) Unico e Unito, il Nostro “Tirolo”.

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